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#letturasenzafine è il titolo dell’ultimo studio di Paolo Costa, docente dell’Università di Pavia noto per il suo progetto Twitteratura. E’ stato presentato nell’Auditorium della Biblioteca Sala Borsa il 18 Maggio 2017 insieme a Paolo Granata e Elena Lamberti.

Di seguito proponiamo i video della presentazione del testo corredati da estratti della recensione dell’evento pubblicata da Claudio Ciccotti della redazione Canadausa.net (leggi qui la versione integrale)

Paolo Costa parte da tre ipotesi nel suo studio pronte a guidare in chiave critica una riflessione sul cambiamento sociale e culturale della nostra era.
Tutta la riflessione dello studioso nel suo libro parte dalla consapevolezza di quanto le nuove generazioni non abbiano piena consapevolezza dell’ambiente in cui si trovano e diano per scontato il loro habitat.
Con questa premessa, il testo è posto nel suo studio al centro di un’importante riflessione sul processo di trasformazione che vive nella nostra epoca.
“Trasformazione”, quindi non “evoluzione” o “involuzione”.
“Trasformazione” indica che qualcosa cambia forma e significato, rinegozia la sua funzione ed essenza diventando culturalmente “altro”, ma il vecchio non cessa di esistere: persiste nella sua nuova forma.
Proprio con questa finalità #letturasenzafine non demonizza il nuovo e non lo esalta: ci invita piuttosto a sporcarci le mani con i nuovi dispositivi di fruizione dei testi, comprenderli e prendere atto della trasformazione evitando gli estremismi.

Paolo Costa ha raccontato di aver scritto #letturasenzafine così come altri suoi studi alla luce della sua condizione di bilico perenne, per formazione e lavoro, tra le discipline umanistiche tradizionali e le nuove tecnologie. Tra le tappe fondamentali, la sua vita consta di studi di filologia e di letteratura francese, e oggi si occupa di software.

Stare nel mezzo” per lui è un privilegio che solo pochi hanno. Si tratta di stare al centro tra due mondi che non comunicano perché sempre più spesso la nostra cultura ci fa vivere l’idea di essere di fronte a discipline “iperspecialistiche” a ciascuna delle quali, gradualmente, viene meno la tensione proattiva a conoscere le altre. Avere il privilegio di essere nel mezzo significa anche porsi come mediatore tra le discipline, per riuscirci, però, Elena Lamberti ha sottolineato come sia necessario conoscere sia l’una che l’altra. Solo così effettivamente Paolo Costa è riuscito a fare della mediazione tra questi due mondi la sua ragion d’essere.

#letturasenzafine parte da tre importanti ipotesi con finale aperto al dibattito.
1. La storia della lettura e la storia del libro sono separate

Attraverso la ricostruzione delle due storie si può concludere che, così come è esistita un’epoca in cui abbiamo consumato testi senza consumare libri (ad esempio con la trasmissione orale del sapere), l’umanità consumerà testi senza utilizzare i libri intesi alla maniera attuale. L’autore si è chiesto e ci ha chiesto in modo provocatorio: “Il libro ha gli anni contati?”.“Potrebbe succedere perché la storia del libro è una storia di trasformazioni dei supporti utilizzati. Se da una parte il libro come lo conosciamo nasce nel XVI secolo, dall’altra separiamo il futuro del libro e il futuro della lettura. Cosa possiamo immaginare? Il libro starà anche soffrendo in quanto dispositivo ma la nostra è un’epoca piena di testi”.

 

2. L’esperienza della lettura è fortemente condizionata dalle caratteristiche del dispositivo

Senza un dispositivo tecnico come il libro nel formato in cui lo conosciamo noi non sarebbe mai nato il romanzo. Dispositivi diversi permettono di far nascere letterature diverse. Potremmo citare Wattpad, piattaforma per la scrittura e lettura condivisa. Ha decine di migliaia di utenti che la usano da lettori e da scrittori. “Si tratta di romanzi? No. Perché la relazione tra dispositivo e prodotto ci fa trovare di fronte a un genere letterario nuovo”.

 

3. La nuova discontinuità

Il libro nel formato che conosciamo noi ha portato a 150 anni di conflitti culturali prima che l’umanità concepisse questa forma e la facesse propria sporcandosi le mani con quella che all’epoca era una nuova tecnologia. Oggi, secondo lo studioso, abbiamo una discontinuità di tipo digitale data da due fenomeni. Il primo è la tendenza a vivere la lettura come esperienza sociale, ovvero esperienza con altre persone. Il secondo è dato dalla tendenza a considerare l’atto dell’appropriazione di un testo come atto di manipolazione del testo stesso attraverso la riscrittura e il rimaneggiamento.

 

 

Paolo Costa non ha una visione deterministica del media. Quello che noi facciano non dipende dal media stesso, secondo lui. Non ha mai accettato la vulgata de “il mezzo è il messaggio”. Da studioso di McLuhan, sa perfettamente che l’aforisma tanto celebre è stato trasposto dalla vulgata a un senso opposto a quello originale. Per McLuhan i nostri margini di libertà nel sabotare la relazione con i media sono molto più ampi di quelli che una visione deterministica dell’uso dei media, invece, non ci concede.
In ultima battuta, la riflessione di Paolo Costa è andata verso la neuroscienza. La disciplina infatti afferma che addirittura a livello biologico ci sia un mutamento nell’essere umano che è maggiormente propenso alla tecnologia sin da subito.
Se da un lato il nostro sistema neurologico evolve condizionato dal sistema esterno, dall’altro entra in scena la resilienza. Ci sono studi che mettono in evidenza come soggetti trattati con interventi di recupero tornino ad assumere comportamenti che sembravano persi. Ad esempio negli U.S.A. si studia come gli adolescenti perdano empatia a causa della loro paralisi nella tecnologia. Lo smartphone diviene quindi elemento per entrare in contatto e condividere, ma allo stesso tempo si configura come una nuova gabbia sociale per il soggetto. La resilienza recupera queste relazioni apparentemente perse.

 

Siamo quindi in una condizione post-mediale.
McLuhan affermava che il medium perfetto è l’elettricità perché più di tutti ha la caratteristica dell’ambiente in cui siamo immersi. Invece di vedere il medium come canale per far passare messaggi, lo si vede come spazio in cui viviamo e che va a connotare interamente la nostra esistenza. C’è stata un’epoca in cui facevamo esperienze mediali simili a una interruzione del flusso della vita, momenti da celebrare in quanto stop al flusso. Un esempio su tutti è il cinema: una dimensione alternativa alla vita, che aveva un inizio e una fine. Lo stesso potrebbe dirsi per le trasmissioni televisive e radiofoniche tanto attese.
I media oggi non interrompono più il flusso: sono lo spazio in cui siamo immersi. In questo senso noi siamo il contenuto. Ecco perché per Paolo Costa possiamo dire che il medium non cambia la nostra condizione in modo intermittente ma rappresenta la nostra esistenza. Semmai, ad intermittenza, ce ne accorgiamo.